Circa 300 persone sono scese in piazza oggi, venerdì 30 ottobre 2026, a Lecco in occasione dello sciopero generale, partecipando alla manifestazione promossa da Lecco Antisionista. In piazza, accanto ai promotori, una rappresentanza di studenti, cittadini, volontari di Emergency, esponenti della Rete Antifascista e della Brigata Francesca Ciceri. Assenti, invece, le sigle sindacali.
Sciopero generale, nel mirino l’economia di guerra
Il ritrovo è stato fissato in piazza Diaz, davanti al municipio, dove i manifestanti si sono radunati prima di dare vita a un lungo corteo attraverso le vie del centro. Davanti alla piazza davanti al municipio è passato anche il sindaco Filippo Boscagli, che si è fermato a parlare con le forze dell’ordine impegnate nella gestione della manifestazione.
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Massiccio il dispositivo di sicurezza predisposto per l’occasione, con un importante dispiegamento di forze dell’ordine. Nonostante la presenza delle divise, la protesta si è svolta in un clima assolutamente pacifico, senza tensioni.
Dal concentramento in piazza Diaz il corteo ha attraversato la città, passando anche davanti agli istituti superiori e soffermandosi sotto le finestre delle scuole. Un gesto per esprimere vicinanza al mondo dell’istruzione, agli studenti e agli insegnanti, in un momento segnato, secondo i manifestanti, dai tagli alle risorse destinate alla scuola, a fronte di investimenti in altri settori, a partire dalle spese militari. Durante la sfilata è stato scandito anche lo slogan che da anni accompagna le mobilitazioni lecchesi a sostegno della Palestina: «Lecco sa da che parte stare, Palestina libera».
La contrarietà all’economia di guerra è stata al centro delle ragioni della mobilitazione. «Gli effetti che questa economia di guerra comporta sono più che evidenti: il riarmo toglie sempre più risorse alla sanità e all’istruzione, che già si trovavano in condizioni pessime, e il blocco delle rotte sta provocando continui aumenti del costo del carburante, con conseguenze sull’intera economia», hanno dichiarato gli organizzatori.
Nel mirino anche le politiche del Governo e quelli che i manifestanti considerano tentativi di limitare il dissenso: «Il Governo italiano intanto aumenta la stretta repressiva nei confronti di chi vuole lottare contro questa presunta inevitabilità della guerra. Lo fa con l’approvazione dei vari decreti sicurezza e quella imminente della legge contro l’antisemitismo, pensata con il malcelato intento di silenziare ogni protesta contro il genocidio del popolo palestinese. Chi sta al potere vuole stroncare le proteste prima che possano ottenere delle vittorie».
Tra i temi richiamati durante la manifestazione anche la vicenda di Sagia Hammoud e Youssef Siher, ai quali è stata espressa solidarietà. Hammoud, 32 anni, nata e cresciuta a Como, è una mediatrice linguistico-interculturale di origini libanesi. È la moglie di Siher, ricercatore trentenne, giornalista freelance e attivista pro Palestina. I due sono finiti al centro dell’inchiesta milanese sul cosiddetto «Movimento 17 ottobre», di cui, secondo gli investigatori, avrebbero gestito i canali Instagram e Telegram.
Siher era stato fermato il 24 ottobre con accuse di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di partecipazione violenta alle manifestazioni pubbliche. Il 28 ottobre la gip di Milano non ha convalidato il fermo e ha disposto la sua liberazione, senza applicare misure cautelari, ritenendo che non sussistessero gravi indizi di colpevolezza rispetto alle contestazioni. Hammoud risulta invece indagata a piede libero. Gli organizzatori lecchesi li hanno definiti «capri espiatori» della stretta repressiva nei confronti di chi si mobilita a sostegno della causa palestinese.
La mobilitazione si è chiusa con un messaggio che guarda alla necessità di un cambiamento sociale e politico: «Nel 2001 dicevamo che un altro mondo è possibile. Ora diciamo che un altro mondo è necessario».