Lecco

Il dottor Paolo Maniglia racconta la toccante storia dei pazienti Covid del Manzoni rientrati dalla Germania

"Tanti di noi sono ancora “attivati”. Non riescono a uscirne. Tanti vorrebbero andare avanti. Ma ogni volta che entri in ospedale c’è sempre qualcuno o qualcosa che ti ricorda quei giorni"

Il dottor Paolo Maniglia racconta la toccante storia dei pazienti Covid del Manzoni rientrati dalla Germania
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Era il 3 aprile scorso quando quattro pazienti affetti da Covid, ricoverati all’ospedale Manzoni di Lecco, venivano trasferiti in Germania. Sembra passata una eternità, e contemporaneamente sembra ieri che dolore e speranza, che ansia e fiducia accompagnavano i quattro malati verso un viaggio fuori dal nostro Paese.  Non tutti ce l’hanno fatta. Non tutti sono tornati ad abbracciare i loro cari. Non tutti si sono lasciati alle spalle il virus, ma tutti sono rientrati. Ora, a distanza di quasi due mesi, il dottor Paolo Maniglia  medico anestesista del Manzoni, residente a Olginate, che già aveva raccontato quel viaggio, chiude il cerchio con una toccante testimonianza che vi proponiamo integralmente. Non tutti ce l’hanno fatta. Non tutti sono tornati ad abbracciare i loro cari. Non tutti si sono lasciati alle spalle il virus

Rientrati dalla Germania tutti i pazienti Covid del Manzoni. La toccante testimonianza del dottor Paolo Maniglia

Quando il cerchio si chiude.
Il Signor T. è morto. Oltre alle complicanze renali si sono aggiunte complicanze al fegato e sovrainfezioni varie. I suoi reni si stavano già bloccando e noi non avevamo macchine per dializzarlo in continuo. Erano tutte occupate.
La signora R. è rientrata già da un po’. Stà facendo riabilitazione. Ha avuto qualche complicanza cerebrale ma sembra stia recuperando.
Settimana scorsa sono andato a recuperare il Signor G., sempre a Colonia. Era un po’ confuso ma rivederlo è stato bello. Abbiamo parlato di bancali di pesi e di trasporti durante il viaggio. Io non ne capisco ma lui mi spiegava. Un po’ a modo suo. E i conti tornavano. Ora ne so di più.
Oggi rientra dalla Germania la Signora G. sta bene, è ancora un po’ affaticata ma sta bene. Questo è quello che conta.
È una pz dell’ambulatorio della terapia del dolore. La conoscevo da tempo. Cefalea cronica. Ho voglia di rivederla.
Anche il Signor C. che era volato e Terni è rientrato. Lui mi sembra si sia fatto il viaggio di ritorno in elicottero.
Devo ammettere che ho tenuto le dita incrociate per tutto questo tempo.
Non per questioni di sfiducia nell’operato dei colleghi che li hanno ricevuti. Anzi avranno la mia gratitudine per l’eternità. Con molti di loro ci siamo sentiti in questo periodo. Periodicamente scrivevo o telefonavo per sapere le condizioni cliniche.

 

Ho incrociato le dita perché a volte non basta ne la scienza ne il massimo impegno che si può dare. Spesso serve anche un pizzico di fortuna. Soprattutto quando devi affrontare un nemico che non conosci. Così subdolo da presentarsi sotto forma di polmonite e mutare in poco tempo in una patologia multiorgano.

Ho incrociato le dita perché se fossero morti tutti…
la possibilità c’era…
ma non è andata così.
Ora nel nostro ospedale rimane un solo Paziente in terapia intensiva, il Signor P. Incrocio le dita anche per lui.
E qui il cerchio si chiude.

Per il resto stiamo cercando di ripartire. Di riprendere la nostra “routine”.
Ma è faticoso. Siamo tutti stanchi.
Ancora di ferie non ne abbiamo fatte.
E ancora la situazione è incerta.
Tanti di noi sono ancora “attivati”. Non riescono a uscirne. Tanti vorrebbero andare avanti. Ma ogni volta che entri in ospedale c’è sempre qualcuno o qualcosa che ti ricorda quei giorni. È come un vortice che ti risucchia e ti sbatte di nuovo in mezzo alla polvere. Ti manca il fiato per qualche secondo. Ti concentri, fai un respirone e ritorni coi piedi per terra. E riprendi a fare quello che devi sapendo che questa è la tua nuova normalità.

Non so cosa succederà nel futuro e non voglio saperlo.
Per ora ho voglia di ripartire.
Ho abbandonato i miei pazienti della terapia del dolore a se stessi. Non avevo ne tempo né energie per loro.
Lo hanno capito e hanno aspettato. Ma non hanno smesso di soffrire.
Semplicemente sono stati a casa buoni buoni. Con i loro dolori.
Ora mi cercano. Hanno bisogno di me. E io di loro. Dobbiamo ricostruire tutto. Da zero.
Perché se prima é passato lo Tsunami ora rimangono le macerie. Bisogna rimboccarsi le maniche.
Qui ospedale di Lecco
Non lasciamo indietro nessuno.

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