intervista

Padre Sandro Nava, mezzo secolo in missione: “Ai giovani dico di donarsi agli altri”

Il religioso cernuschese ripercorre il proprio impegno al Wamba Hospital, sostenuto anche dall'associazione "I Bagai di Binari"

Padre Sandro Nava, mezzo secolo in missione: “Ai giovani dico di donarsi agli altri”

A 75 anni, con alle spalle quasi mezzo secolo di missione in Africa, il cernuschese padre Alessandro Nava – per tutti padre Sandro – ha accettato l’ennesima sfida della sua vita: far rinascere il Wamba Hospital in una zona remota del nord del Kenya. Una storia di fede, sacrificio e profonda umanità, sostenuta attivamente dalla rete di solidarietà del territorio meratese.

Padre Sandro Nava racconta la missione a Wamba

Ordinato sacerdote nel 1977, padre Sandro ha speso l’intera esistenza curando corpi e anime. Dopo quasi quarant’anni trascorsi in Tanzania, molti dei quali dedicati alla gestione e al rilancio di ospedali come Ikonda e il Makiungu Hospital, a novembre dello scorso anno ha risposto a una nuova chiamata. Destinazione Wamba, un presidio fondato nel 1969 per iniziativa di monsignor Carlo Maria Cavallera e affidato al medico volontario brianzolo Silvio Prandoni. Per decenni è stato un fiore all’occhiello della regione, ma poi è andato incontro a un progressivo abbandono, fino alla chiusura nel 2022.

La missione a Wamba

Invece di godersi un po’ di meritato riposo, il missionario ha scelto di rimettersi in gioco. «Mi hanno invitato caldamente ad andare a dare una mano – racconta padre Sandro – Rimettere in funzione un ospedale chiuso e ormai andato in rovina è molto più faticoso che costruirne uno da zero. Ma noi religiosi abbiamo un voto di obbedienza. Alla fine, ho detto: “Proviamo, facciamolo”».

 

Il primo, grande traguardo raggiunto grazie alle donazioni private ha riguardato il bene più prezioso in assoluto: l’acqua. La struttura sorge infatti in un territorio estremo, piegato da una forte siccità. Andando oltre le difficoltà tecniche, è stato possibile scavare nuovi pozzi profondissimi nel letto asciutto di un fiume stagionale, portando la corrente elettrica per garantire il funzionamento delle pompe anche di notte. «Oggi distribuiamo acqua sicura e pulita gratis a tutti. Ne beneficiano il vicino villaggio e una scuola per bambine e ragazzine del posto. Prima del nostro arrivo, erano costrette a scavare nella sabbia del fiume per riuscire a bere. Sapere che ora hanno a disposizione quest’acqua è una gioia immensa».

Subito dopo, l’ospedale è tornato alla sua vocazione primaria: curare chi non ha nulla. Sono arrivati letti nuovi, attrezzature fondamentali per la maternità e strumenti diagnostici di base per poter affrontare le emergenze quotidiane di una terra selvaggia e imprevedibile.

«Qualche tempo fa abbiamo ricoverato un ragazzino caricato da un elefante e scaraventato in un fosso, con una gamba devastata – ricorda il sacerdote – Quando è guarito ed è tornato a casa, sua madre se l’è preso in braccio tutta contenta. Un altro giovane è invece arrivato dopo essere stato morso da un serpente velenoso dopo una settimana senza cure. Abbiamo dovuto amputargli l’arto inferiore per fermare la cancrena, ma si è salvato. I suoi amici, i giovani guerrieri della tribù, venivano a trovarlo in reparto con i costumi tradizionali, lasciando le lance all’ingresso. È in momenti come questi che ti rendi conto del valore di tutto quel lavoro, di aver fatto riacquistare la vita a queste persone».

Oggi la struttura garantisce cure gratuite ai bambini sotto i cinque anni e assistenza gratuita alle donne durante la gravidanza. Mantenere vivo questo miracolo, però, è un’impresa titanica: servono quasi 30mila euro al mese per mantenere in funzione la struttura e garantire personale e servizi. Eppure, di fronte alle spese che si accumulano, la prospettiva del sacerdote ribalta le fredde logiche economiche: «Tanti mi chiedono come abbiamo fatto a spendere così tanti soldi in così poco tempo. Io rispondo che se quelle risorse sono servite a salvare anche solo una manciata di vite umane, ne è valsa la pena. Nella nostra cultura il denaro è diventato la misura di tutto, ma la vita di una persona non si può quantificare in denaro».

Il sostegno dei “Bagai” e del territorio

In questa missione di solidarietà, padre Sandro sa di non essere solo. Un ruolo fondamentale per la sopravvivenza della missione è giocato dalla comunità meratese, con in testa l’associazione cernuschese “I Bagai di Binari”, i cui volti più noti hanno preso parte concretamente e in loco anche ad alcune missioni in Africa. «Non posso che dire grazie di cuore al presidente Dario Vanoli, a Nadia Cogliati e a tutti i volontari – sottolinea il sacerdote con profonda riconoscenza – Sono persone che credono in un ideale forte e ci aiutano tantissimo, supportando anche altri missionari attivi in Congo e Mozambico. Aiutano donne e bambini che non incontreranno mai di persona, eppure il loro sostegno continuo ci permette di compiere questi miracoli quotidiani».
Proprio per non lasciare solo il missionario, i «Bagai» hanno ideato la rassegna benefica Autunno Missionario, un calendario di eventi dedicato interamente alla raccolta fondi per Wamba. Il primo appuntamento si è tenuto domenica 20 settembre 2026 con una pizzata solidale.

A risuonare in ogni evento, iniziativa e raccolta fondi è l’appello di padre Sandro, rivolto specialmente ai più giovani: «Lanciatevi, donatevi agli altri. Dobbiamo avere il coraggio di allargare i nostri orizzonti ai confini del mondo. I momenti di stanchezza e sconforto ci sono, ma se doni la tua vita per amore, Dio non ti tradisce mai».

Dario Tavola