l'intervista

Francesco Baccini ripercorre la sua carriera a Imbersago

Francesco Baccini ripercorre la sua carriera a Imbersago

Una serata di racconti, musica e memoria, quella vissuta domenica a Imbersago, nell’ambito della Festa dell’Unità. Alle 22, davanti al pubblico, il noto cantautore Francesco Baccini, genovese di nascita ma da tanti anni residente in paese, ha ripercorso alcune delle tappe più significative della propria vita e della propria carriera, accompagnato dalla conduzione di Fiorella Pierobon, indimenticato volto della tv, oggi artista con atelier in paese, e Alberto Pugnetti, speaker radiofonico.

Francesco Baccini ripercorre la sua carriera a Imbersago

Un incontro informale e coinvolgente, nel quale Baccini ha alternato aneddoti, riflessioni e musica, regalando anche alcune esecuzioni dal vivo.

A introdurre la serata è stato Pugnetti, che ha voluto innanzitutto salutare il pubblico e rivolgere un ringraziamento speciale a Gatto Panceri, un altro cantautore brianzolo d’adozione, presente all’evento. Poi la parola è passata a Fiorella Pierobon, che ha chiesto a Baccini di tornare all’origine della sua passione per la musica.

Tutto comincia a nove anni, quando riceve in regalo un organetto. In casa non c’erano musicisti: la madre era casalinga e il padre lavorava come scaricatore di porto. Quel bambino, però, trascorreva le giornate a suonare a orecchio. Fu uno zio ad accorgersi della sua passione e a suggerire ai genitori di fargli studiare musica. Arrivò così il pianoforte, un acquisto costoso per la famiglia, pagato anche grazie al lavoro del padre durante le festività. «Se non fosse stato per lui, non avrei mai iniziato», ha raccontato Baccini, ricordando il padre, morto prematuramente a 52 anni.

La sua adolescenza, però, fu segnata anche da un grave problema all’anca, scoperto quando aveva appena 16 anni. Seguirono diversi interventi e sei mesi immobilizzato a letto, in una situazione allora considerata sperimentale. Costretto a stare fermo, Baccini cominciò a leggere moltissimo e ad ascoltare musica.
Nato nella musica classica, scoprì così il blues, il rock e soprattutto i grandi cantautori italiani, da Fabrizio De André a Luigi Tenco.

Terminati gli studi e arrivato il momento di lavorare, Baccini iniziò proprio in porto, seguendo la tradizione familiare. Poi il passaggio agli uffici, dove si sentì sempre più lontano dalla vita che desiderava. La decisione fu radicale: lasciò il lavoro, affidò la liquidazione alla madre e partì per Milano con la macchina. Non conoscendo praticamente nessuno e non avendo una casa, arrivò persino a dormire in automobile.

Gli inizi a Milano

Con l’elenco telefonico alla mano iniziò a contattare le case discografiche. Tra i primi incontri ci fu quello con Mara Maionchi, che riconobbe nel giovane «qualcosa di strano», ma anche talento. Poi arrivò Caterina Caselli e un concorso che lo vide partire da una platea di circa 1.500 partecipanti, fino alla selezione finale di quattro artisti.

Da quell’esperienza nacque anche una delle tante storie surreali della sua carriera. La sua «Mamma dammi i soldi» divenne la sigla di chiusura del Festival di Sanremo del 1988. Il problema era che, quell’anno, il Festival terminava in piena notte e la canzone veniva trasmessa intorno alle 3.30. Tra i pochi spettatori ancora davanti alla televisione, però, c’era Renzo Arbore, che lo invitò nella trasmissione Doc. Fu una svolta.

Baccini ha ricordato anche il tentativo della casa discografica di modificare la sua identità artistica, arrivando persino a proporgli il nome «Espressione Musica». «Ma cosa siamo, un negozio di dischi?», ha raccontato tra le risate. Fondamentale fu anche l’incontro con il giornalista Vincenzo Mollica, che riconobbe nelle sue canzoni quell’ironia che inizialmente la discografia voleva eliminare. Dopo quell’incontro, Baccini ottenne finalmente la libertà di realizzare il disco come desiderava.

La vittoria al Premio Tenco

Baccini ha ricordato quando Amilcare Rambaldi, ideatore del Premio Tenco, ascoltò le sue prime canzoni e gli disse senza mezzi termini che il Premio Tenco era «l’università della canzonetta», mentre lui era ancora alle elementari. Una critica dura, ma trasformata in stimolo: quattro anni dopo arrivò la Targa Tenco.

La sua musica non ha mai rinunciato all’ironia né alla capacità di affrontare temi scomodi. Emblematico il caso di «Giulio Andreotti», brano che attirò persino l’attenzione dello stesso politico.
Nel suo percorso c’è anche l’incontro con uno dei suoi miti di gioventù, Fabrizio De André, diventato poi amico e compagno di musica. Un legame che Baccini ha ricordato con particolare affetto, sottolineando la fortuna di aver visto trasformarsi in amicizie reali alcune delle figure che aveva ammirato da ragazzo.

A Imbersago il cantautore ha parlato anche del presente e del rapporto tra musica, cultura e nuove generazioni. Ha rifiutato più volte l’idea di diventare più «mainstream» per ottenere maggiore successo, rivendicando invece la scelta di rimanere fedele a se stesso. E ha espresso preoccupazione per la scena musicale attuale.

Il messaggio finale è stato quindi anche un invito alla curiosità: ascoltare, leggere, conoscere. Perché, nella storia raccontata da Baccini, la musica non è mai stata soltanto una professione, ma un percorso costruito attraverso incontri, errori, difficoltà e ostinazione. Una strada percorsa senza mai smettere di rivendicare una cosa fondamentale: la libertà di essere Francesco Baccini.