«La caccia non è una pratica anacronistica. E comunque non è meno etica degli allevamenti intensivi…». Sta facendo discutere – anche perché l’ha raccontato ampiamente sui suoi canali social – il recente avvicinamento del sindaco Efrem Brambilla all’arte venatoria.
E tra foto col fucile in mano e post critici contro i referendum animalisti e l’«egemonia» vegana e vegetariana, da qualche giorno il primo cittadino ha finito per accendere il dibattito sull’opportunità di sparare agli animali selvatici e di rivendicarlo con orgoglio.
Sindaco cacciatore, l’intervista: tra etica, animali selvatici e critiche alla “egemonia vegetariana”
Sindaco, perché a 38 anni si è avvicinato alla caccia?
«Non è una tradizione di famiglia, è stata una mia scelta personale mossa principalmente dalla curiosità. Da sempre sono interessato alla fauna selvatica e ho voluto capire, entrando nel mondo dei cacciatori, perché da sempre riscuotono così tanto dissenso».
Quali sono stati i primi passi?
«Mi sono iscritto al corso senza l’intenzione di imbracciare un fucile, ma con la volontà di imparare qualcosa di nuovo. E ho finito per conoscere un mondo che mi ha sorpreso positivamente».
In che senso?
«I cacciatori, che per altro ormai sono rimasti in pochi, sono persone schive, che parlano poco, forse perché da anni subiscono critiche e attacchi. Eppure hanno una grande etica sotto tanti punti di vista».

Può esserci etica nell’uccidere animali selvatici?
«Sicuramente ce n’è di più rispetto agli allevamenti intensivi e alla macellazione delle bestie, dove gli animali vengono al mondo con una condanna a morte certa. I cacciatori seri, ovviamente non parliamo di bracconieri che non rispettano la legge, osservano in modo severo le norme sugli abbattimenti, le specie protette e quant’altro. E la loro presenza porta benefici sia all’ambiente che alla fauna selvatica stessa».
In che modo?
«Un tempo l’ambiente ideale per la riproduzione degli animali selvatici era collegato all’agricoltura tradizionale. Oggi sono i cacciatori che, prima della stagione venatoria, si impegnano per ricreare quelle condizioni. Inoltre, raggiungendo zone impervie o comunque poco battute, contribuiscono al mantenimento di sentieri, alla pulizia della vegetazione e al contenimento di specie invasive».
Ad esempio quali?
«I corvi, che distruggono i nidi degli altri uccelli e sono dannosissimi per l’agricoltura. E poi i cinghiali. E’ ovvio che in un mondo perfetto il contenimento di queste specie dovrebbe essere in capo allo Stato e non dovrebbe essere una preoccupazione dei cacciatori privati, ma è qualcosa di utopistico, non ci sono certo le risorse per farlo».
Lei cosa caccia?
«Al momento sono uscito solo due volte e ho preso un fagiano. Ma in futuro vorrei dedicarmi alla caccia al cinghiale, per la quale serve il superamento di un corso specifico e il rispetto di regole molto ferree».
Ci sono cinghiali nel Meratese?
«Assolutamente sì».
Non ritiene che la caccia sia una pratica pericolosa?
«No. E’ un falso mito quello dei cacciatori che sparano a tutto quello che passa. Ci sono tecniche molto precise, anche in base alla tipologia di fucile, tutto avviene in sicurezza. Io ad esempi, da neofita, non ho potuto uscire da solo: ho trovato un cacciatore esperto che si è offerto di accompagnarmi, mi ha già insegnato molto».
Sui suoi canali social ha fatto riferimento al fallimento dei vari referendum, italiani e non, sull’abolizione della caccia.
«Se pochi Paesi al mondo l’hanno abolita ci sarà un motivo: al di là che è una pratica antica, evidentemente ci sono molte ragioni per mantenerla, che sono poi quelle che ho spiegato in precedenza. Penso che le critiche ai cacciatori siano un retaggio del passato: oggi i giovani hanno altre priorità e altre battaglie».
Perché sui social network se l’è presa con i vegetariani?
«Non me la sono presa, non ce l’ho con nessuno. Anzi, ammiro chi riesce a non consumare carne, io non ce la farei mai. Sono risentito verso gli integralisti, con chi vuole imporre determinati consumi e chi criminalizza le categorie di persone senza informarsi».