Campionissimo di Missaglia

Gigi Casiraghi, da Missaglia all'Olimpo del calcio L'INTERVISTA INTEGRALE

Dalle origini in oratorio al Monza, dal passaggio alla Juve a quello alla Lazio. E la Nazionale...

Gigi Casiraghi, da Missaglia all'Olimpo del calcio L'INTERVISTA INTEGRALE
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Pierluigi Casiraghi, per tutti semplicemente «Gigi», nato a Monza nel 1969 ma cresciuto a Missaglia, rappresenta uno degli ultimi esemplari di centravanti veri e propri che il calcio italiano abbia saputo proporre ai massimi livelli. Dotato di un fisico possente, aveva nell’atletismo e nel gioco aereo le sue migliori caratteristiche: la capacità di andare in gol con discreta facilità gli permise di farsi conoscere in C e B col Monza, e da lì fare il grande salto in A con la Juventus. Lo abbiamo intervistato sul Giornale di Merate di martedì scorso: riportiamo l'intervista integrale.

Gigi Casiraghi, da Missaglia all'Olimpo del calcio

In Piemonte Casiraghi visse momenti di gioia portando a casa una Coppa Italia e per due volta la Coppa Uefa, poi nel 1993 il trasferimento alla Lazio fu cosa immediata, e col club di Cragnotti il missagliese divenne un vero e proprio idolo della tifoseria realizzando decine di gol in quasi 150 presenze, con la Coppa Italia come ciliegina sulla torta. Positivo anche il suo bilancio in maglia azzurra: difese i colori della Nazionale per diversi anni, rendendosi protagonista ai Mondiali di USA 1994 e agli Europei del 1996, con un bottino finale di 13 gol in quasi 50 partite. Nel 1998 spiccò il volo verso l’Inghilterra al Chelsea ma poche settimane dopo il suo esordio, in un contrasto di gioco si frantumò il ginocchio ed fu costretto al ritiro a soli 31 anni. Da allenatore, Gigi è stato protagonista con l’U21 azzurra, e in seguito come vice ha accompagnato per il mondo l’amico di sempre Gianfranco Zola seppur raccogliendo risultati non sempre positivi.

Sei uno degli ultimi giocatori famosi a essere uscito dall’oratorio.
«Le cose ora sono molto diverse, si stava delle ore a giocare con gli amici in strada o all’oratorio ma obbiettivamente si imparava molto meno, sia tecnicamente che tatticamente ai ragazzi non si poteva insegnare chissà cosa. Nelle scuole calcio ora ci sono tecnici preparati che riescono a trasmettere conoscenze preziose ai bambini, poi chiaramente so benissimo che stare coi compagni solo un paio di volte alla settimana non aiuta a fare gruppo o diventare amici come magari poteva essere ai miei tempi. Anche il calcio va di pari passo con il modello della società, cambiano usi e costumi quindi anche lo sport si è un po’ adattato a questo. I giocatori ormai sono delle piccole imprese, è impensabile riproporre le dinamiche che ho vissuto quando ero bambino».

Se diciamo Monza?
«È la città in cui vivo, calcisticamente parlando fa affiorare in me tanti e piacevoli ricordi. Dopo l’esperienza all’oratorio di Missaglia, sono entrato a 10 anni nel settore giovanile biancorosso facendo poi tutta la trafila e grazie ad Alfredo Magni ho avuto il piacere di esordire giovanissimo in prima squadra. Il legame è forte, sono stati gli anni della formazione e della consacrazione, c’era una società molto brava nel far crescere i ragazzi e lanciarli ad alto livello: dopo anni burrascosi finalmente si vede la luce in fondo al tunnel, è concreta la possibilità di arrivare a quel traguardo finora mai raggiunto, ovvero la serie A. Ricordo ai miei tempi lo stadio Sada, era piuttosto piccolo ma regalava un’atmosfera calda, quasi da calcio inglese, e ti dava quel qualcosa in più nelle partite casalinghe. Ho giocato anche al Brianteo ed effettivamente è stato un progetto edilizio sbagliato, le tribune lontano dal campo non permettono ai tifosi di trasmettere passione e calore ed in campo te ne accorgi. Tornerei ad allenare il Monza in caso di A? Sinceramente penso di no, la storia insegna che è molto difficile essere profeta in patria e ho già dato come tecnico delle giovanili».

Come fu il salto alla Juve?
«Sicuramente non è stato affatto semplice passare da una società famigliare di provincia a una realtà come quella bianconera, tra l’altro per me che ero tifoso milanista. Il presidente Giambelli del Monza anni dopo mi disse che in tanti mi volevano, ma aveva già dato la parola a Boniperti e ha voluto mantenerla. L’ambiente torinese era diverso, c’erano campioni e la pressione di dover vincere, tutto sommato furono delle belle stagioni perché, nonostante alcune finali perse, riuscimmo a conquistare la Coppa Italia e due volte la Coppa Uefa».

E poi la Lazio.
«Cinque anni davvero stupendi, Cragnotti stava iniziando allora a costruire quella squadra che poi nel 2000 vinse uno storico scudetto. L’atmosfera era elettrizzante, ogni anno si migliorava ed aver vinto la Coppa Italia per i tifosi biancocelesti è stato un qualcosa di indescrivibile, ho avuto compagni molto forti come Beppe Signori e un allenatore come Zeman: con lui ho fatto progressi incredibili a livello fisico, ed il suo 4-3-3 mi ha permesso di rendere al massimo».

Qual è la differenza tra il derby di Torino e quello di Roma?
«Non sono paragonabili. A Torino il derby è molto più sentito dai granata, è la classica situazione del piccolo che vuole sconfiggere il grande, per la Juventus invece era una partita come le altre. A Roma c’era tutt’altro clima, giallorossi e biancocelesti bene o male sono sempre stati sullo stesso livello per cui le tifoserie attendevano con ansia questa partita per potersi poi definire “padroni” della città in caso di vittoria. Negli ultimi anni questa rivalità si è un po’ spenta: tra le proprietà straniere e la mancanza di bandiere è fisiologico che certe tensioni vadano a mancare».

Con la maglia azzurra hai qualche rimpianto?
«La gente mi ricorda soprattutto per la doppietta contro la Russia ad Euro 1996, e il gol sempre contro di loro che valse un paio di anni dopo la qualificazione al Mondiale ai cui non partecipai. Il grande rammarico personalmente fu però il Mondiale del 1994: non feci gol ma giocai tre partite saltando purtroppo quella finale persa ai rigori; faceva un caldo assurdo, era impensabile pensare di giocare sempre pertanto in una logica dell’alternanza con il Brasile toccò a Massaro. Perdere è stato brutto, al momento non te ne rendi perfettamente conto, è solo dopo qualche tempo che razionalizzi il tutto. Ma ripensandoci l’Italia fece delle partite incredibili, un’esperienza così credo che sia il sogno di qualsiasi giocatore, ed onestamente pensare a come sarebbe potuta finire con me in campo non ha molto senso».

Capitolo Chelsea: dalla gloria alla fine della tua carriera.
«Avevo capito che il mio ciclo a Roma era finito, sin da piccolo il calcio inglese mi aveva affascinato e si era aperta questa possibilità a Londra con gli amici Zola, Vialli e Di Matteo. All’inizio non fu facile, poi quando le cose stavano ingranando arrivò quello scontro con il portiere Hislop del West Ham che mi rovinò la vita da calciatore: distrussi il ginocchio toccando anche un nervo particolare, mese dopo mese fu un’operazione dietro l’altra finché in fase di recupero saltò anche il rotuleo. Capì che era il momento di dire basta, ritrovarsi fuori dal tuo mondo a circa 30 anni poteva essere devastante ed all’inizio fu davvero pesante, per fortuna ho sempre avuto un carattere forte e razionale, in quei momenti mi resi conto che in carriera mi ero comunque preso delle soddisfazioni e che nella vita c’erano cose ben peggiori».

Come hai vissuto il passaggio dal giocare all’allenare?
«Non è un passaggio assolutamente semplice, ti rendi conto che riuscire a trasmettere nozioni tattiche ai tuoi giocatori non è scontato, considerando che il calcio si evolve in continuazione ed il mondo che hai conosciuto da calciatore non è più quello che ritrovi poi da allenatore. Pubblico e stampa hanno conoscenze ben precise, si aspettano molto soprattutto se sei stato un calciatore famoso. E anche la gestione del gruppo è una dote che non tutti hanno».

 

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