Impegno e solidarietà

Auser più forte della pandemia FOTO

Dossi è il nuovo presidente dell’associazione lecchese forte di ben 350 volontari. «Adesso dobbiamo pensare a un sistema di welfare circolare dove tutti contribuiscano»

Auser più forte della pandemia FOTO
Lecco e dintorni, 10 Giugno 2020 ore 08:56

Senza il volontariato questa pandemia così violenta e sconosciuta avrebbe avuto effetti ancora più drammatici. La grande rete della solidarietà ha tenuto anche nelle prime settimane dell’esplosione del Coronavirus, quando la paura si toccava con mano. A tutti i livelli. Come ci conferma Claudio Dossi, 68 anni, di Galbiate, ex sindacalista di lungo corso, che, dopo aver guidato per dieci anni lo Spi Cgil lombardo, da febbraio è il nuovo presidente di Auser Lecco: «L’esplosione del virus ha preoccupato pure i nostri volontari e i loro famigliari e lo spirito della nostra squadra è venuto un po’ meno. Siamo riusciti a sopperire attraverso un appello su Facebook al quale hanno risposto circa 50 persone, con un’età media di 40 anni, che ci hanno dato una grossa mano e che noi ringraziamo. Abbiamo incontrato molti giovani rimasti a casa per il lockdown ma fortemente stimolati nel mettersi a disposizione degli altri per aiutare le persone più deboli e meno fortunate. Adesso la situazione è tornata alla normalità, queste new entry sono tornate alle rispettive occupazioni, ma una decina di loro ha chiesto di continuare a dare un supporto e rimarrà nella squadra dei volontari dell’Auser. Davvero un bel segnale».

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Auser più forte della pandemia

Auser Lecco è una delle reti di volontariato più forti, organizzate e radicate sul territorio. È presente con sedi a Lecco, Colico, Dervio, Mandello, Monte Marenzo, Cassago, Olgiate e Paderno d’Adda dove operano a rotazione circa 350 volontari. Dispone di 40 mezzi per il trasporto sociale che nel 2019 hanno percorso 575.000 km. Tra i principali servizi figurano appunto il trasporto sociale, con particolare attenzione ai malati oncologici verso ospedali e strutture sanitarie a Lecco, Merate, Milano, Monza e Gravedona; il trasporto degli anziani ai mercati, ma anche il semplice accompagnamento a fare la spesa nei negozi di prossimità;  il trasporto dei ragazzi diversamente abili; la consegna dei medicinali e dei pasti a domicilio, la vigilanza davanti alle scuole; la telefonia sociale, in convenzione con Ats Brianza, che coinvolge ben 1.300 persone alle quali vengono fatte due telefonate settimanali. 

Ci sono stati attimi di paura durante il Covid-19?

«Si, l’ho anticipato prima, ma abbiamo avuto la fortuna di dotare tutti i volontari delle necessarie protezioni e di questo dobbiamo ringraziare la Fondazione comunitaria del Lecchese, il Distretto dei Sindaci, Ats e Asst. E questa – insieme ai 50 nuovi volontari che si sono avvicinati ad Auser –  è una delle tante cose belle viste in questi drammatici momenti perché rappresenta il segnale di un territorio coeso, che collabora. Non l’unica».

A cosa si riferisce?

«Auser, come è noto, svolge il servizio di telefonia sociale e ha in carico 1.300 persone. Chiamiamo a casa gli anziani per combattere la solitudine, per raccogliere bisogni che poi trasformiamo in progetti a sostegno della persona: ad esempio stiamo pensando a come coinvolgerli nell’uso delle piattaforme digitali, le video telefonate per far vedere loro chi c’è dietro il telefono, soprattutto in questi momenti dove vige il distanziamento fisico. Nelle prime settimane della pandemia molte persone ci hanno chiamato per sapere se continuavamo ad erogare i servizi, se stavamo bene. Ci hanno fatto capire che questo servizio che offriamo loro è importante, che rappresenta un legame virtuoso».

Auser è stata in prima linea a combattere il Coronavirus, ma come è stata gestita l’emergenza sanitaria nel nostro territorio?

«A fine marzo il Dg dell’ospedale Paolo Favini disse che erano ricoverati 521 malati di Covid 19. Non riesco ad immaginare la pressione organizzativa e psicologica alla quale erano sottoposti medici, infermieri, dirigenti sanitari, volontari… Tutti stavano facendo i conti con un virus sconosciuto e particolarmente violento, tutti dovevano dare una risposta rapida ed efficace per alleviare le condizioni di salute delle persone in forte crisi respiratoria e superare questi gravi problemi. Non mi sento di esprimere giudizi e neppure di sollevare critiche».

Regione Lombardia è nell’occhio del ciclone…

«Se errori ci sono stati serve anche un po’ di buon senso per ammettere che nessuno era preparato ad affrontare questa pandemia in nessuna parte del mondo. È facile dire adesso che c’è chi ha sbagliato, può essere. Forse un po’ di sobrietà non guasterebbe. Poi bisogna capire certe situazioni e rispettare le morti e le tragedie che hanno colpito tante famiglie e principalmente gli anziani. L’emergenza sanitaria ora è meno grave e anche se ci sarà un ritorno della pandemia adesso saremo tutti più pronti per combattere il virus».

Come cambierà il mondo del volontariato?

«Nulla sarà come prima. Il cambiamento economico e sociale dovrà tenere conto del clima, del tema ambientale e della sostenibilità e va fatto in modo trasversale, serve una fase nuova, vale per un nuovo  sistema di protezione sociale, l’urbanistica, i lavori pubblici e lo sviluppo. Il nostro Paese ha costruito un sistema di welfare che poggia sulle fabbriche e sul pubblico. Questo sistema è in crisi. C’è il rischio che una fetta di cittadini non venga più tutelata dallo Stato sociale, che abbiamo conosciuto,  che oggi deve essere ripensato e riadeguato».

Come?

«Lo Stato deve essere ancora protagonista e distribuire bene le risorse, il privato deve essere socialmente più responsabile e le associazioni del terzo settore e le grandi reti di associazioni di volontariato devono svolgere azioni più forti, proattivo in modo da arrivare a un welfare circolare dove tutti contribuiscano e all’interno del quale le aziende stesse possono essere protagoniste. E abbiamo il dovere di confezionarla su misura per le esigenze della nostra comunità».

A cosa si riferisce?

«Siamo in una regione dove il 23% della popolazione ha più di 65 anni – stiamo parlando di 2,8 milioni di lombardi – e dove le famiglie monoparentali a Milano sfiorano il 50% Questi due numeri ci dicono chiaramente quali sono i problemi da affrontare, ci segnalano uno stato di difficoltà: anziani sempre più soli, natalità carente, preoccupazione di fare figli per crescerli, farli studiare e dare loro delle opportunità». 

Siamo in un’epoca di continui cambiamenti, ma saremo in grado di governarli?

«Ognuno di noi deve contribuire a portare le sue idee e le sue proposte affinché si possa uscirne meglio da queste nuove situazioni. Le critiche non aiutano a risolvere i problemi: se uno ha qualcosa da dire deve contribuire a questo cambiamento, altrimenti ne viene escluso. Vale anche per il mondo dell’associazionismo. Recentemente ho avuto l’opportunità di parlare con l’assessore regionale alle Politiche sociali, Stefano Bolognini, al quale ho proposto di coinvolgere le grandi reti delle associazioni del volontariato affinché possano portare il loro contributo ai tavoli territoriali e ho riscontrato la sua piena disponibilità e la stessa Ats e il distretto hanno risposto positivamente al nostro coinvolgimento e lì porteremo i nostri contributi raccolti in frontiera nel rapporto con la gente contribuendo così a una visione più ampia ed un punto di vista più completo nella soluzione dei problemi».

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