Di Missaglia

Zangrillo parla di Covid, di seconda ondata “assurda”, vaccino e molto altro INTERVISTA INTEGRALE

Il luminare ha rilasciato una lunga chiacchierata in esclusiva al Giornale di Merate.

Zangrillo parla di Covid, di seconda ondata “assurda”, vaccino e molto altro INTERVISTA INTEGRALE
Casatese, 05 Luglio 2020 ore 09:21

La seconda ondata del contagio da Coronavirus è assurda, irrealistica. E pur credendo nell’importanza del vaccino è necessario vivere senza aspettarlo, altrimenti «ci facciamo male». Parola del professor Alberto Zangrillo, primario dell’Unità Operativa di Anestesia e Rianimazione del San Raffaele di Milano, tra i dieci scienziati che nei giorni scorsi hanno firmato un documento che afferma il «crollo» dei malati di Covid in Italia e in particolare in Lombardia. Lo ha intervistato in esclusiva il Giornale di Merate in edicola questa settimana. Riportiamo integralmente l’articolo.

I numeri sul contagio in Italia e in Lombardia sono confortanti?
«Confermo che il quadro è ottimistico. Il quadro, sulla base dei numeri che derivano dalla clinica, è quello che tutti possono leggere. Bisogna fare molta attenzione, come ho già avuto modo di ribadire, perché comunque il numero dei contagiati fortunatamente non equivale al numero dei malati. Si tratta di due cose completamente diverse».

Sentiamo continuamente parlare di una ipotetica seconda ondata. E’ una possibilità?
«Per me è un’ipotesi assurda e totalmente irresponsabile, perché ipotizza uno scenario irrealistico, soprattutto perché se, nell’ipotesi peggiore, il virus dovesse presentarsi con le stesse caratteristiche di qualche mese fa abbiamo le armi per fronteggiarlo. Per cui ipotizzare un quadro quale quello di un secolo fa, con tutto quello che ne consegue, è veramente irresponsabile e dovrebbe fare pensare chi ne è autore».

Quando potremo toglierci le mascherine?
«Non sono io, come immagina, che devo promulgare le regole del gioco. Però credo che se si possa arrivare ad un’ipotesi di mantenere le mascherine solo in particolari situazioni, per esempio all’interno di un locale, dove per forza di cose c’è un affollamento e viene istintivo proteggerci e proteggere gli altri, allora questa sarebbe una misura di buon senso. In realtà mettere la mascherina per i calciatori che siedono in panchina o da soli mentre si guida la macchina o all’aperto con le evidenze cliniche di cui disponiamo sta diventando sempre più insostenibile».

I medici, gli infermieri e il personale sanitario sono stati descritti come eroi, fondamentali per curare, ma anche resistere e dare una speranza. Ma quando avete compreso la portata dell’epidemia? Quali erano le vostre sensazioni, i vostri timori in quei momenti? C’è stato un momento in cui lei ha avuto paura di non farcela? 
«Immediatamente si è instaurato uno spirito di corpo e di solidarietà reciproca straordinari. Dico la verità: siccome eravamo mascherati con i famosi dispositivi di protezione individuale era difficile anche riconoscerci, ma tutti hanno dato tutto e questo è stato veramente esemplare. Ci siamo resi conto da subito che la situazione andava fronteggiata con grande tempestività e disponibilità. Il momento per me personale più grave e di maggior sconforto, me lo ricordo benissimo, è stata la sera del 28 marzo quando ho assistito ad un afflusso di pazienti gravi che hanno messo in pericolo anche un’istituzione apprezzata come la nostra».

Questione vaccino: a che punto sono realmente gli studi? 
«Non lo so, però a differenza di tanti altri sono poco preoccupato dagli studi sul vaccino. Lo dico in maniera chiara: i vaccini sono fondamentali. Ma in questa situazione specifica io credo che questo virus si stia comportando in modo da mescolare le carte e quindi sarà difficile ottenerlo. Penso che dovremo adottare almeno nel breve e medio medio periodo altre contromisure. Diciamo che se aspettiamo il vaccino ci facciamo male».

Esiste oggi un protocollo di cure su cui fare affidamento? L’esperienza di questi mesi ha consentito di mettere a punto interventi terapeutici efficaci per chi si ammala?
«Non esiste un protocollo, non esiste una terapia specifica, esistono una serie di comportamenti procedurali terapeutici sostenuti da lavori scientifici. Il mio gruppo, il San Raffaele, ne ha pubblicati a livello multidisciplinare più di cento che danno delle corrette indicazioni sulle terapie, che non essendo ancora delle terapie specifiche per essere efficaci devono essere tempestive».

Esiste un “caso Lombardia”? C’è qualcosa che non ha davvero funzionato nel nostro sistema sanitario?
«No, io non credo che esista un caso Lombardia. Credo che alla fine la Lombardia abbia pagato il prezzo più alto e la ragione di questo è che è stata la regione più esposta. Sfido chiunque in un’analisi a posteriori a dimostrare il contrario. Sicuramente sono stati commessi degli errori, ma ritengo che siano colposi. In quei momenti francamente era molto difficile prendere la decisione giusta.

Fermo restando che ogni azione va contestualizzata con le pressioni del momento,  l’ospedale in fiera era una misura necessaria?
«L’ho già detto in tante circostanze che non è che non credo nell’ospedale in fiera, non credo nelle rianimazione decentrate. Le rianimazioni sono il cuore pulsante dell’attività clinica ad alta specializzazione. Pensare di farle funzionare con un gruppo di lavoro decentrato è un esercizio insostenibile che è destinato al fallimento».

Questa situazione ha messo in luce personalismi, presunti «modelli», mille voci diverse: quanto ha contribuito questo a una gestione della crisi a tratti catastrofista? 
«Questo è assolutamente vero. Probabilmente c’è stato un difetto assoluto di leadership. E’ vero anche che ci sono stati dei protagonismi incarnati nelle varie specialità mediche, per cui ad un certo punto si è quasi arrivati ad una partita tra specialisti, con virologi dell’ultim’ora che poi non si sono rivelati tali… L’importante è fare uno sforzo veramente condiviso, di grande responsabilità, perché gli italiani devono avere delle voci univoche. L’italiano non è spaventato dalla brutta notizia ma dall’incertezza».

Lei abita a Missaglia: dal suo osservatorio come hanno risposto alla pandemia le realtà locali?
«La base di un servizio sanitario che funziona in futuro è rinforzare qualitativamente i presidi territoriali. L’ospedale, anche il più grande, se non può contare su un territorio gestito ad alti livelli è un ospedale che fallisce. Il territorio è la base su cui programmare gli investimenti del futuro».

Chiara Ratti

 

 

 

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