La storia

Mamma, moglie e operatrice di Rsa ai tempi del Covid: “Una scelta di vita”

Il racconto di Anna Molteni, madre di tre figli residente a Missaglia.

Mamma, moglie e operatrice di Rsa ai tempi del Covid: “Una scelta di vita”
Casatese, 10 Maggio 2020 ore 06:49

Oggi è la Festa della mamma. E per celebrarla condividiamo con voi una storia che il Giornale di Merate ha riportato nelle sue pagine del numero in edicola questa settimana, che può essere la storia di tante mamme che riescono al tempo stesso a badare alla famiglia ma anche a lavorare. E non a svolgere un lavoro comune, perché Anna Molteni, residente a Missaglia, una laurea in Giurisprudenza nel cassetto, ha scelto di continuare a fare l’animatrice in casa di riposo nonostante lo tsunami Coronavirus.

Mamma e lavoratrice ai tempi del Covid

Mamma e lavoratrice ai tempi del Coronavirus. E non una lavoratrice, qualunque, perché la missagliese Anna Molteni, nella cui vita si fondono la professione ma anche una vera e propria vocazione, opera alla Casa Famiglia San Giuseppe di Ruginello di Vimercate. Al centro delle cronache di queste settimane, la struttura rientra purtroppo in quelle schiere di residenze per anziani della Brianza che hanno dovuto affrontare il virus. Alla chiamata alle armi, rivolta ai propri dipendenti, non ha mai smesso di rispondere mamma Anna, da 21 anni educatrice presso la struttura, influenzando inevitabilmente i propri affetti. Classe 1972, residente a Missaglia con il marito Marino e tre figli, Anna Molteni ha continuato a prestare servizio fra i reparti e le stanze della Onlus, creando, anche con le videochiamate, quella rete famigliare fondamentale per l’anziano.

Una scelta di vita

«Ho voluto continuare ad esserci – ha spiegato ripensando ai primi giorni dell’emergenza – Hanno iniziato a funzionare in me le motivazioni più profonde per cui ho scelto questo lavoro».
«La mia era stata una scelta di vita non di carriera – ha continuato la mamma missagliese, laureata In Giurisprudenza, ricordando gli inizi lavorativi – Una decisione per la famiglia, una scelta vocazionale: mettere a servizio delle persone più fragili le mie competenze, il senso di tutela, della dignità delle persone. Quando è iniziata l’emergenza dentro la mia testa mi sono chiesta: cosa devo alla mia famiglia? La sicurezza ed il tempo che dedico a loro. Prima c’è la mia famiglia, il lavoro andava indirizzato di conseguenza. Ma dovevo passare all’azione, dovevo fare qualcosa per le persone, al di là di tutte le precauzioni. Dovevo mettere in atto qualcosa di concreto: ascoltare, toccare mani, se possibile, star vicino, se possibile. Sentivo forte quell’imperativo, quel verbo fare».
A marzo i primi casi sospetti di Covid-19 nella Rsa e il cambio radicale del lavoro del servizio educativo. «Ho chiesto alla mia famiglia cosa dovessi fare e se dovessi continuare a lavorare: assolutamente sì, mi hanno risposto. I miei figli erano d’accordo anche ad accettare i rischi che potevo portare a casa. Mio marito mi ha sempre voluta accanto a sé, mi ha detto che se mi fossi ammalata si sarebbe preso cura lui di me, non avrebbe avuto senso nessun distanziamento. A casa comunque mantenevo la mascherina e disinfettavo qualsiasi cosa toccassi. I miei figli essendo grandi hanno capito».

La forza della famiglia

Di giorno quindi la vita nei reparti, svolgendo il servizio di videochiamata e supporto relazionale, accanto ai letti e alle storie degli altri, con grembiule, divisa, mascherina, visiera e guanti. La sera, a casa con il marito, madre per l’univerisitaria Chiara, vent’anni, impegnata in lezioni online insieme ai fratelli Giovanni e Michele, 19 e 17 anni. «Arrivare a casa la sera e vedere loro mi dava la forza, mi restituivano un senso di normalità. Ero di nuovo nei miei vestiti, con le relazioni di prima, potevo essere me stessa. Credo che a livello psicologico mi abbia fatto un gran bene, avere loro fisicamente, con me ogni giorno, mio specchio e sostegno emotivo». La cosa più difficile? «Andavo a letto, chiudevo gli occhi e dovevo affrontare la paura di alzarmi al mattino e avere la febbre, di aver potuto contagiare gli altri». A preoccuparsi di più, inevitabilmente, è stata la madre Adele. «Mi ricordava che non ero un’infermiera, non ero una sanitaria, era preoccupata per la mia salute. Ma non mi sento un’eroina. Anche perché basta che ci guardiamo attorno: o lo siamo tutti o non lo è nessuno. Certo siamo stati coraggiosi, tutti quanti, ma se fossimo stati a casa? È stato anche un dovere nei confronti delle persone».

Solidale con tutte le mamme

«Il ruolo educativo è necessario nel lavoro di équipe – ha ricordato – Rende visibili i bisogni e fa emergere le capacità delle persone fragili. Si è creato un circuito virtuoso, come una staffetta con tutte le diverse figure professionali. Ho ricevuto un arricchimento personale». Fare la mamma lavoratrice in una residenza per anziani in piena emergenza sanitaria non è certo cosa da poco. «Mi sento molto solidale con tutte le mamme – ha concluso – Con chi ha continuato a lavorare ma anche con chi non lo ha fatto. Penso a chi ha dovuto magari fare una scelta più difficile della mia, ovvero rimanere a casa per proteggere la famiglia. Alla fine non ci sono regole per essere mamma, ognuna lo è per come sceglie e per quello che sente».

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