L'intervista

Il sindaco omosessuale si racconta: “Se la comunità è emancipata non discrimina”

Il primo cittadino di Olgiate Molgora parla di famiglia, diritti, matrimonio, adozioni, religione e discriminazione all'indomani dell'approvazione alla Camera del ddl Zan.

Il sindaco omosessuale si racconta: “Se la comunità è emancipata non discrimina”
Meratese, 15 Novembre 2020 ore 14:30

Tra il nuovo Dpcm e le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, nelle settimane appena trascorse è stato compiuto – un po’ sottotraccia in verità – un significativo passo per la comunità omosessuale, ma non solo. Il disegno di legge Zan, che tra gli altri punti inasprisce le pene per chi si macchia di reati legati alla discriminazione di sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere o disabilità, è infatti passato alla Camera dei Deputati.
Ne abbiamo parlato con il sindaco di Olgiate Molgora Giovanni Battista Bernocco, che offre una lettura del fenomeno dalla sua particolare prospettiva di uomo delle istituzioni dichiaratamente, felicemente e orgogliosamente omosessuale.

Come ha scoperto di essere omosessuale?

«Me ne sono accorto in prima o forse seconda media e sono rimasto totalmente spiazzato. Non conoscevo nessun omosessuale e quindi non avevo idea di come affrontare questa cosa e per qualche anno l’ho persino negata a me stesso, avendo diverse relazioni con donne. Fino a che, a un certo punto, ho capito che non volevo vivere nella menzogna e ho fatto coming out».

A chi l’ha detto per primo?

«A mia madre. Avevo 17 anni e durante una crisi le ho detto la verità; i miei fratelli e le mie sorelle avevano già intuito qualcosa. A mio padre non l’ho mai detto: aveva vent’anni più di madre e pensavo che non avrebbe capito, che gli avrei dato un dolore. Un giorno, quando ero già un uomo adulto e convivevo, venne da me e mi disse: “Tu mi racconti niente, ma ti vedo felice e questo è quello che conta”. Da allora abbiamo iniziato un rapporto nuovo e ho capito il rischio che avevo corso, avrei potuto lasciarlo andare, dato che all’epoca aveva già 80 anni, senza avergli mai permesso di conoscermi davvero. Mi disse anche di non preoccuparmi, che sapeva cosa volesse dire essere diverso. Lui infatti aveva sposato mia mamma dopo essersi separato, un gesto rivoluzionario per i suoi tempi».

Le è mai capitato di sentirsi discriminato per il suo orientamento sessuale?

«Dalle persone no, mai, ma so purtroppo che a tanti omosessuali è successo. Ho provato un forte senso di impotenza quando a metà degli anni Novanta il mio compagno di allora venne ricoverato. Convivevamo da quattro anni ma non mi venne concesso di vederlo perché per la legge non ero nessuno, mentre in verità ero la sua famiglia. In altre occasioni mi è capitato che qualcuno mi facesse delle domande per capire, perché ancora oggi c’è molta ignoranza su cosa significhi essere omosessuale. Si pensa che si tratti di una scelta, mentre invece lo si nasce, e che sia tutto legato alla sfera della sessualità. Una persona non è gay perché decide di andare a letto con persone dello stesso sesso, è gay perché se ne innamora. E’ ben diverso, ma quando si parla di rapporti omosessuali è come se i sentimenti non venissero nemmeno considerati».

Com’è stato vivere questa condizione in un paese piccolo come Olgiate?

«Sembra assurdo, ma è stato quanto di più naturale potesse succedermi. Prima di me, in paese, c’erano state diverse personalità di spicco notoriamente gay e quindi diciamo che mi hanno spianato la strada. Io ho trovato una comunità pronta, emancipata, avanti anni luce rispetto ad altri Comuni del circondario. Una comunità che ha accolto e apprezzato Giovanni come persona, a prescindere da tutto il resto. E’ stata una fortuna, perché l’ambiente può influenzare certe scelte personali: quando capisci di essere omosessuale infatti puoi fare soltanto due cose, accettare quello che sei o vivere nella negazione».

Ha mai pensato di seguire questa seconda via?

«Mentirei se dicessi di no, perché soprattutto all’inizio è stato difficile, non capivo. Poi però ho preso coscienza del fatto che negare la mia natura avrebbe ferito me e anche gli altri, che avrei costruito un castello di menzogne nel quale poi avrei dovuto vivere e, con me, tutte le persone che mi stavano attorno».

Da credente come vive la propria omosessualità?

«Partiamo dal presupposto che credo in Dio ma non nell’istituzione vaticana. Sono credente, ma non praticante, seppure io abbia molto stima di diversi sacerdoti che ho conosciuto nella mia vita e soprattutto di papa Wojtyla. Non ho mai vissuto la mia omosessualità come qualcosa che andasse in contrasto con le mie credenze religiose e non penso sia mai stato un problema per i preti con cui ho avuto a che fare o con i parroci che si sono succeduti in paese. Sicuramente c’è bisogno di figure come papa Francesco, che nei giorni scorsi si è detto a favore delle unioni civili tra coppie omosessuali».

A proposito di unioni, cosa pensa dei matrimoni tra persone dello stesso sesso?

«Spero di poter coronare anche io questo sogno un giorno! (ride,ndr). Sono a favore e soprattutto da quando ho iniziato a celebrarli come sindaco capisco l’importanza di un tale riconoscimento, che solo fino a qualche anno fa sembrava impossibile. Al momento mi manca la “materia prima”, perché è dura essere fidanzati con un sindaco e quindi avere tanta visibilità…».

E delle adozioni nelle coppie omosessuali cosa pensa?

«E’ una domanda difficile. Partiamo dal presupposto che non tutti i gay sentono questo gran bisogno di paternità, aggiungiamoci che l’adozione presuppone la stabilità di una coppia e spesso questo aspetto manca nelle relazioni omosessuali. Quindi non so fino a che punto abbiano senso. Il mio più grande rammarico è proprio quello di non essere diventato padre, mancanza che sono un po’ riuscito a sopperire con il grande amore che provo per i miei nipoti e con l’insegnamento delle arti applicate nelle scuole, che ho portato avanti fino alla mia candidatura a sindaco».

Il suo essere omosessuale, secondo lei, le ha tolto o le ha portato voti durante le elezioni che ha poi vinto?

«Il paese mi ha fatto un dono grandissimo scegliendo di mettersi nelle mie mani, ma penso lo abbia fatto come un gesto di fiducia nei confronti di Giovanni, senza nemmeno considerare il mio orientamento, valutando soltanto quello che avrei potuto fare per Olgiate».

Alle scorse amministrative la sua lista, seppur civica, era appoggiata dai partiti di centro-destra, che proprio recentemente hanno contestato il ddl Zan. Come riesce a conciliare questi due aspetti?

«Non ho problemi a condannare eventi come il “Congresso delle Famiglie” a Verona dello scorso anno, visto che fanno passare l’idea che una famiglia sia soltanto quella composta da un padre, una madre e dei figli. La Lega e il centro-destra hanno puntato su di me in ambito locale forse perché avevano capito che potevo essere un cavallo vincente, a livello nazionale hanno assunto posizioni diverse. Io continuo per la mia strada, senza nascondermi e mostrandomi per quello che sono, tenendo sempre a mente il fatto che i miei cittadini sono gli unici a cui devo rendere conto».

Nei giorni scorsi la Camera ha approvato una legge che inasprisce le pene per i reati legati all’omotransfobia. Cosa ne pensa?

«Non ho letto nel dettaglio la proposta di legge, ma posso dire che sono favorevole a qualsiasi tipo di attività e ragionamento che possa mantenere alta l’attenzione sulle tematiche legate all’orientamento sessuale o all’identità di genere. Di questi temi si parla ancora troppo poco e lo dico da persona che ha sfilato in diverse occasioni al Gay Pride».

Cosa direbbe ad un omosessuale, magari giovane, che non trova il coraggio di fare coming out e vive nella negazione?

«Di essere se stesso, sempre, anche se è difficile. Io ho impiegato vent’anni per capire che non ero sbagliato, che ero una variazione della normalità ma non ero anormale. Il giudizio della gente ci sarà sempre e non solo per l’orientamento sessuale, io da ragazzino venivo bullizzato perché ero figlio di un agricoltore e arrivavo da fuori. Essere onesti paga sempre e se non lo siamo facciamo del male in primis a noi stessi, vivendo una menzogna anziché la nostra vita».

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