Coronavirus

Il dottor Gulisano: “Covid: il 41% che non vuole vaccinarsi ha le sue ragioni”

"Ormai è come un mantra ossessivamente ripetuto: solo il vaccino ci potrà salvare. A nulla valgono le evidenze scientifiche che dicono di una epidemia che sta andando verso la sua estinzione, di una malattia sempre più curabile attraverso i farmaci, di cariche virali non più in grado di contagiare".

Il dottor Gulisano: “Covid: il 41% che non vuole vaccinarsi ha le sue ragioni”
Lecco e dintorni, 29 Giugno 2020 ore 10:17

“Ormai è come un mantra ossessivamente ripetuto: solo il vaccino ci potrà salvare dal Covid-19. Per questo fa scalpore il sondaggio che rivela un 41% di italiani che non vorrebbe vaccinarsi. Eppure non si tratta di un popolo disinformato: ci sono molti rischi insiti in un vaccino preparato in fretta e furia. E il Covid stesso non è ben conosciuto”. Lo afferma  il dottor Paolo Gulisano, cultore e docente di Storia della Medicina che  all’attività di medico affianca da anni un impegno culturale di saggista e scrittore, che ha pubblicato un articolato intervento sul su blog (paologulisano.com). Ve lo proponiamo integralmente.

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Il dottor Gulisano: “Covid: il 41% che non vuole vaccinarsi ha le sue ragioni”

Ormai è come un mantra ossessivamente ripetuto: solo il vaccino ci potrà salvare. A nulla valgono le evidenze scientifiche che dicono di una epidemia che sta andando verso la sua estinzione, di una malattia sempre più curabile attraverso i farmaci, di cariche virali non più in grado di contagiare. Niente da fare: il vaccino ha da essere, continuano a dirci. E anzi: c’è chi si preoccupa che l’attesa del suo arrivo non scateni entusiasmi e accoglienze festanti.

Sono stati resi noti i risultati di una ricerca effettuata dall’Università Cattolica, EngageMinds HUB, su un campione di popolazione di 1000 persone (non molto significativo, per la verità, da un punto di vista numerico) che dice che il 41% degli italiani non pensa proprio di vaccinarsi contro il Covid-19, qualora questo vaccino venisse messo in commercio. Questi dati hanno fatto strepitare Repubblica, che ha commentato: “Pensavamo che il mondo aspettasse con ansia il vaccino contro Covid19 e scopriamo che, a quanto pare, mezza Italia al vaccino non ci pensa proprio”.

Già: e perché dovrebbe pensarci, visto che il vaccino non è affatto in dirittura d’arrivo, visto che potrebbe anche non essere necessario, se il virus va a scomparire, e infine perché questo 41% magari non è così sprovveduto come qualcuno pensa e si è fatto quattro domande. Ad esempio, come si fa a preparare un vaccino efficace in cinque mesi quando normalmente ci vogliono 5 anni, e spesso nemmeno si riesce a trovare un vaccino per una data malattia, come nel caso dell’HIV o dell’Epatite C? E poi: non è che un vaccino preparato con questa fretta e furia, potrebbe avere degli effetti indesiderati anche gravi? Non sarebbe la prima volta: nel 1976 venne preparato in gran fretta un vaccino contro una possibile influenza suina (che poi non si verificò) e creò moltissimi problemi.

La lettura che è stata fatta dei dati di questo sondaggio è quantomeno faziosa. Il 41% di chi si è detto scarsamente interessato a questa vaccinazione è stato tacciato di scarsa responsabiità. Eppure, dall’analisi dei dati, si tratta della popolazione più attiva, nella fascia di età della maturità. Chi infatti ha risposto di essere interessato alla vaccinazione, sono stati in maggioranza le fasce estreme della popolazione: i ragazzi, ai quali peraltro è stato promesso che se si vaccinano potranno finalmente tornare alle attività sociali precedenti, e gli anziani che sono state le persone più spaventate dai media negli scorsi mesi. 
Nel mezzo, una popolazione che forse vuole vederci più chiaro su questa ipotesi di un vaccino. Una richiesta più che legittima, visto che le varie agenzie del farmaco prima di autorizzare l’uso di determinati medicinali contro il Covid chiedono documentazioni, studi, ricerche, prove di efficacia; non si capisce perché invece un vaccino dovrebbe essere accettato a scatola chiusa.

A commento invece dei dati, fatto dalla responsabile della ricerca, la psicologa Guendalina Graffigna, si è letto che “è urgente una campagna contro le fake news“. Quali? Si parla di vaccini ipotetici, non ancora pronti, e in merito non esistono fake news, ma richieste di certezze, di prove di efficacia e di non nocività del farmaco. Soprattutto perché il Covid-19 stesso è un virus che non è ancora ben conosciuto. Una  delle cose che però ora sappiamo è che è un virus neurotrofico, cioè ha una predilezione per il tessuto nervoso. E’ probabile che molti dei danni provocati e che si stanno osservando anche in chi è guarito siano una conseguenza di un’azione nociva sul sistema nervoso. Per fare un vaccino, bisogna utilizzare degli antigeni, che provocano poi la reazione anticorpale. Ma se questi antigeni agissero come il virus? Il vaccino a questo punto potrebbe provocare seri danni al sistema nervoso autonomo. Non per niente accadde così anche per quei vaccini anti-SARS che si sperimentarono dopo l’epidemia del 2003. Fake news? No, realtà scientificamente documentate.

Per tali motivi ci vorrebbe un po’ più di rispetto per questo 41% di persone che invece vengono viste come una fascia di popolazione che necessita di “rieducazione”. Secondo la dottoressa Graffigna, si tratta anche di un problema di “responsabilità sociale”. Ovvero chi  ha un approccio definito “più individualista ed egoista” nei confronti della gestione della salute e non ritiene che vaccinarsi sia un atto di responsabilità sociale tende a essere ancora più evitante verso l’ipotesi di un futuro programma vaccinale per Covid-19. Al contrario, decisamente più propensi  sono coloro che ritengono che i loro comportamenti abbiano un valore importante per la salute collettiva. Questi dati  insomma sarebbero un campanello d’allarme di cui tenere conto per poi intervenire su questi riottosi, individualisti, privi di coscienza collettiva. Dobbiamo aspettarci allora campagne di rieducazione, previa adeguata colpevolizzazione dei riottosi. Uno scenario sempre più da Grande Fratello.

Paolo Gulisano

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