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Carvico

A 90 anni ospita in casa la famiglia della badante

Il bel gesto di Fabio Castelli, originario di Calco ed ex sindaco di Garlate.

A 90 anni ospita in casa la famiglia della badante
Attualità Isola, 19 Marzo 2022 ore 10:45

Quando ha visto le immagini dei carri armati e dei bombardamenti al telegiornale ha capito che, nonostante l’età avanzata, era suo dovere fare qualcosa, così ha guardato negli occhi la sua badante e le ha detto senza pensarci due volte che avrebbe ospitato la sua famiglia.

A 90 anni ospita in casa la famiglia della badante

Non è rimasto indifferente di fronte agli orrori della guerra voluta da Putin Fabio Castelli, 90 anni il prossimo 16 luglio, che da una settimana condivide la sua villetta con due donne ucraine e i loro tre figli. Originario di Calco, dove ha sempre mantenuto forti legami, l’anziano ha vissuto gran parte della vita a Calolziocorte e circa 60 anni fa è stato inoltre sindaco di Garlate. A Carvico invece è arrivato prima per lavoro (per un breve periodo è stato impiegato della banca che si affaccia sulla provinciale), e poi per scelta, trasferendosi tre anni fa in via Dante Alighieri. E lì, da giugno dell’anno scorso, mentre la moglie è ricoverata nella Rsa Frigerio di Brivio, abita insieme ad Alessia Pikh, signora ucraina che si prende cura di lui e della casa.
«Non voglio che i bambini restino traumatizzati da quello che sta succedendo - ha commentato con voce flebile quest’ultima, originaria di Ternopil e in Italia dal 2004 - Nella nostra città i militari russi non sono ancora arrivati, ma la situazione è molto preoccupante».
I primi a mettere piede a Carvico, domenica 6 marzo, sono stati la nuora Natalia Pikh, 36 anni, insieme ai figli Veronika di 14 e Nasario di 12, mentre martedì 8 marzo sono arrivate la figlia Yuliia Shypula, 32 anni, e la nipote Anastasia, 12 anni. «Le sirene antiaeree suonavano a tutte le ore del giorno e della notte - ha raccontato ancora spaventata Yuliia - Noi abitiamo al sesto piano di un condominio e ogni volta che scattava l’allarme prendevamo qualche scorta e scendevamo in cantina a ripararci».

La paura e la corsa contro il tempo per arrivare in Italia

All’inizio l’attaccamento alla propria terra ha prevalso sulla paura, ma dopo che otto missili russi hanno distrutto l’aeroporto di Vinnytsia - a circa 250 chilometri da loro - hanno capito che se volevano salvarsi non c’era più tempo da perdere. «Mio marito ha portato me e mia figlia a Leopoli, dove abbiamo aspettato dieci ore in piedi e al freddo prima di attraversare la frontiera - ha continuato la giovane mamma senza riuscire a trattenere le lacrime - C’erano dieci gradi sotto zero, eravamo tutti ammassati  e non potevamo spostarci neanche per andare in bagno perché altrimenti perdevamo il posto in fila».
Dopo un’attesa infinita, Yuliia e Anastasia sono riuscite ad entrare in Polonia, dove un pullman le ha accompagnate ad un altro autobus che le aspettava a cinque chilometri di distanza. Una volta salite su questo si sono quindi dirette alla volta dell’Italia insieme ad altri profughi che erano in cerca di salvezza come loro e al termine di due giorni sfiancanti di viaggio hanno finalmente raggiunto la casa di Fabio Castelli, che le ha accolte a braccia aperte.
Ora non temono più per la loro incolumità, ma non riescono a darsi pace all’idea che i loro uomini siano ancora in pericolo. «Mio figlio e mio genero non sono al fronte, ma l’esercito sta insegnando loro a combattere nel caso ci sia bisogno - ha spiegato con la paura negli occhi la badante ucraina - Al momento si sono messi a disposizione come volontari per controllare il quartiere: fanno le ronde e stanno attenti che nessuno entri o venga a saccheggiare le case».
Ma anche se i carri armati non sono ancora arrivati, non si sa quanto questa calma apparente possa durare. «Ci sono militari russi vestiti in borghese che segnano con delle X dove far cadere le bombe - ha riferito la 32enne ucraina, che a Ternopil lavorava come commessa in un negozio di giocattoli - Vogliamo il cielo libero dagli aerei: se combattessimo soltanto via terra sono sicura che vinceremmo perché i nostri uomini gridano vendetta».

"Qui ci troviamo bene, ma vogliamo tornare a casa"

Da una settimana le due mamme e i loro tre ragazzi trascorrono le giornate giocando a carte e portando la cagnolina di Castelli, Asia, a fare un giro al parco. A breve si sottoporranno anche alla somministrazione del vaccino anti-Covid e tutto sommato sono tranquilli. Quel poco di orrore che hanno visto, però, è già riuscito ad insinuarsi dentro di loro e ogni volta che sentono la sirena di un’ambulanza o dei Carabinieri sussultano istintivamente. «Voglio tornare a casa - ha ammesso la piccola Veronika con la tristezza sul volto velata dietro ad un sorriso - Voglio tornare a scuola e dai miei amici».
«Qua mi trovo bene, ma sono preoccupata per mio marito - ha poi concluso Yuliia con voce piena di malinconia - Abbiamo comprato casa da poco e prima di partire l’ho guardata e mi sono chiesta se quando tornerò ci sarà ancora. La nostra vita si è spenta per colpa di questa guerra». Quindi ha chiuso con un grande e generico «grazie» per l’incredibile solidarietà e vicinanza che mai si sarebbe aspettata e che ha trovato in Italia, in primis a casa di Fabio Castelli che li ha generosamente accolti sotto il suo tetto.
Marica Flore

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